Cucina eco

Come è successo che ci accontentiamo di mangiare le poche cose confezionate che troviamo al supermercato, scartandone una buona parte? O che compriamo frutta e verdura insapore che arriva dalla Spagna o dal Brasile, quando la stessa viene coltivata a pochi chilometri da casa nostra? Il nostro nostro cibo troppo spesso è standardizzato e ridotto a materia insapore e per di più inquinante per l’ambiente, in nome della comodità e degli interessi di una catena alimentare che non tiene conto di quelli dei consumatori. 
Anche noi tuttavia, a partire da alcune precise scelte quotidiane, possiamo fare la differenza incidendo sulla qualità di ciò che mangiamo e nello stesso tempo minimizzando il danno all’ambiente. 
L’impatto ambientale di ciascuno di noi dipende da tre fattori: cibo, energia utilizzata nelle abitazioni, trasporti. Di questi, le nostre scelte sul cibo sono quelle che hanno il maggior impatto quantitativo sull’ambiente.

Senza arrivare agli estremi adottando la dieta vegana a base di prodotti bio, che riduce del 94% le emissioni di gas serra rispetto a una dieta onnivora, ecco alcune scelte che potremmo adottare per dare una mano alla conservazione della natura:
– scegliere cereali integrali e bio, scelta mirata alla protezione del territorio.
pesce: preferire quello pescato artigianalmente e non a strascico, scegliere pesce azzurro ed evitare quello non ancora sviluppato, scegliere pesce proveniente da allevamenti bio, limitare crostacei e molluschi: le specie in estinzione ci ringrazieranno.
carne, uova e latticini: va dimunuito il consumo in quantità, privilegiando la qualità. Meglio scegliere carni bio e razze autoctone e privilegiare tagli meno pregiati, più economici degli altri e altrettanto buoni.
frutta e verdura: scegliere prodotti di stagione: ne guadagnerà sia il sapore che la salute, essendo questi prodotti meno soggetti a trattamenti chimici.
– scegliere prodotti locali e a filiera corta. Coldiretti ha calcolato che ogni pasto medio percorra in media 2000 chilometri: si pensi al petrolio bruciato e all’anidride carbonica immessa nell’ambiente.
– comprare prodotti sfusi e freschi: ci risparmieremo additivi dannosi e la plastica della confezione.

Infine, ecco una facile ricetta invernale a basso impatto ambientale:
Frappè invernale
Ingredienti: gli avanzi di 4 arance spremute (polpa e scorza; 5 dl di latte vegetale (soia, riso o mandorla); 3 cucchiai di zucchero grezzo di canna; 1 pizzico di cannella in polvere
Preparazione: Versate in un frullatoe la polpa delle arance spremute e alcune scorze ben lavate. Aggiungete il latte, lo zucchero e la cannella. Frullate e servite a piacere. Potete anche arricchire il tutto con bucce di mela, pera o altri frutti. 

Per saperne di più e trovare altre ricette: Lisa Casali e Tommaso Fara, La cucina a impatto (quasi) zero, ed. Gribaudo

Polenta, regina d’inverno

Con i primi freddi compare in tavola la polenta. Calda e fumante, ideale con gli intingoli e le carni molto saporite, va a nozze con i funghi ma anche con i formaggi fusi. Alla griglia o con il pesce, è un piatto eclettico, appartenente alla tradizione del Nord-Italia, dove ancora oggi si mangia anche semplicemente con il latte, la sera, per una cena in famiglia veloce e sfiziosa.

Piatto antichissimo a base di farina di cereali, pur essendo conosciuto nelle sue diverse varianti praticamente in tutta Italia, è stato a lungo l’alimento base della dieta in molte regioni del Nord, nelle quali è tuttora molto diffuso. Prima dell’introduzione del mais (dopo la scoperta dell’America) la polenta veniva prodotta esclusivamente con vari altri cereali come orzo e farro, segale, miglio, grano saraceno e anche frumento.

La polenta è formata da un impasto di acqua, farina di cereali – la più comune in Europa è quella di granoturco, la polenta gialla – e sale, cotti in un paiolo (possibilmente di rame) per almeno un’ora. La farina è solitamente macinata a pietra (bramata) più o meno finemente a seconda della tradizione della regione di produzione. In genere la polenta viene presentata in tavola su un’asse circolare coperta da uno straccio e viene servita, a seconda della sua consistenza, con un cucchiaio o a fette, queste ultime un tempo tagliate con un filo di cotone, dal basso verso l’alto.

La ricetta scelta è la polenta uncia, originaria della provincia di Como e si può degustare in diversi rifugi e baite del luogo. In pratica è polenta con formaggio fuso, annegata nel burro, secondo la tradizione antica. E’ un piatto dal sapore delicato ed è importante che sia cotta in un paiolo di rame.

POLENTA UNCIA

Ingredienti: 300 gr di farina gialla bramata, 250 gr di farina di fraina, acqua, 250 gr di formaggio tipo latteria, 250 gr di formaggio grasso, 250 gr di burro, un bel po’ di spicchi di aglio mondati e tagliati, un pugno di sale grosso.

Preparazione: in un paiolo di rame fare bollire l’acqua salata e aggiungere un po’ di burro. Versare a pioggia le due farine mescolando con il tarello. E’ importante che il movimento sia regolare. A metà cottura aggiungere ancora burro. Nel frattempo soffriggere gli spicchi di aglio nel burro restante.  Dopo circa un’ora, a cottura quasi ultimata, aggiungere il formaggio e il burro con il soffritto di aglio. Mescolare bene e servire subito.

Come portare un cappotto con stile

Il cappotto è l’indumento per eccellenza che permette di non sentire freddo quando la temperatura si abbassa. Molte di noi ne vedono solo il lato funzionale e si accontentano di infilarlo senza pensarci troppo. È, invece, molto più rivelatore di quanto si creda, e svela in maniera molto chiara la personalità: c’è il partito dei classici cappotti a tre-quarti contro quello dei piumini imbottiti, quello delle pellicce contro quello dei bomberini, quello dei montgomery contro quello dei cappotti doppiopetto, del parka o del trench. In inverno, è la prima cosa (e talvolta la sola) che si nota. Spesso crediamo di dover scegliere fra stare al caldo e avere stile. E se provassimo a combinare le due cose?

Consiglio colore n°1 – Sono stanca di passare inosservata
Già dai primi freddi, le strade si riempiono di ragazze nascoste sotto cappottoni neri. Il look passe-partout è assicurato! Ok, sappiamo che un cappotto corvino a tre-quarti sta bene con tutto, ma perché non differenziarsi, dimostrando di avere un po’ di fantasia? Il color lampone è il più appetitoso quando il termometro si abbassa, ma ci sono anche l’arancio ghiacciato, il rosa shocking, l’azzurro bébé oppure il rosso, il giallo limone, il color cioccolato o ardesia. Senza dimenticare, poi, tutte le sfumature dei tessuti tweed e mélange.

Consiglio colore n°2 – Due opzioni chicchissime   
Il color crema, favoloso per il cappotto classico, per il trench e anche per il cappotto doppiopetto.
Il leopardato, da portare in modo un po’ rétro su una figura sobria e monocroma.

Consiglio morfologia n°1 – Tutte le lunghezze vanno bene, dalla vita fino ai piedi! 
Le più basse dovrebbero evitare di scendere sotto il ginocchio (rischierebbero di sembrare un cappotto che cammina): il classico tre-quarti è la scelta sicura, anche se un modello con cintura, che arriva fino a metà sedere, disegna una figura più slanciata. Le stangone possono permettersi il giubbotto ultra-corto che si porta con le mani in tasca… ma anche il lungo cappotto militare, dal quale si intravedono solo gli stivali. 

Consiglio morfologia n°2 – Anche i modelli sono infiniti: dritto, squadrato, con cintura… 
Il più facile da portare? Quello a tre-quarti (che arriva al ginocchio), sfiancato e leggermente svasato. Se è troppo dritto, le più rotondette rischiano di sembrare infagottate. 

Consiglio tessuto n°1 – Quanto ai tessuti, è difficile immaginare una scelta così ampia  
C’è un abisso tra la pelliccia e il tessuto impermeabile del trench! L’ideale è averne due: uno per la mezza stagione (ad esempio, un bell’impermeabile) e uno da portare in pieno inverno (classico, ma caldo, è il cappotto a tre-quarti in pura lana). 

Consiglio tessuto n°2 – Appena arriva il caldo, porto tutti i miei cappotti in lavanderia…
…e poi li ripongo nelle loro custodie di plastica. Lasciarli tutta l’estate nell’armadio, senza che siano stati lavati, è fuori discussione: lo sporco si incrosterà e basta! La pelle, il cuoio o la pelliccia possono richiedere dei veri esperti, quindi non sono decisamente fatti per le più pigrone. 

Tratto da: Guida all’armadio: cheap o chic", Morellini Editore

Gravidanza e lavoro: cosa bisogna sapere

Le mamme lavoratrici hanno diritto a permessi, indennità, congedi e riposi durante e dopo la gravidanza. Vediamoli insieme nel dettaglio.

Lavoratrici dipendenti

Esami prenatali
Le future mamme hanno diritto ad assentarsi dal lavoro per sottoporsi ad esami prenatali.
Per ottenere il permesso, è necessario presentare una specifica domanda in cui si indicano ora e giorno dell’esame e si dichiara che non è possibile effettuare tali esami al di fuori dell’orario lavorativo.
Alla domanda deve far seguito la documentazione giustificativa da richiedere alla struttura presso la quale sono stati effettuati gli esami. Le ore di assenza per esami prenatali vengono retribuite normalmente.

Congedo di maternità
Il congedo di maternità ha una durata di 5 mesi e la futura mamma ha due opzioni:
1) può decidere di astenersi dal lavoro 2 mesi prima del parto e 3 mesi dopo;
2) oppure 1 mese prima del parto e 4 mesi dopo.

La lavoratrice, entro il 7° mese di gestazione, deve presentare al datore di lavoro e all’Inps apposita domanda con modulo "ModMAT", corredato da certificato medico attestante la gestazione e la data presunta del parto.
Entro 30 giorni dal parto, bisogna poi inviare al datore di lavoro e all’Inps il certificato di nascita del bambino (o dichiarazione sostitutiva).
L’indennità del congedo di maternità equivale all’80% della retribuzione.
Una volta ripreso il lavoro, la mamma potrà comunque fruire di due ore di riposo giornaliero durante il primo anno di vita del bambino.

Lavoratrici autonome

Anche le lavoratrici autonome hanno diritto all’indennità di maternità, ma non hanno l’obbligo di astenersi dal lavoro nel periodo in cui la percepiscono.
L’indennità ha sempre una durata di 5 mesi e viene percepita a partire da 2 mesi prima del parto fino a 3 mesi dopo la nascita del bambino.
La domanda va presentata all’Inps su carta libera entro un anno a partire dal giorno successivo all’ultimo giorno indennizzabile (ovvero a partire da 3 mesi dopo il parto).
L’indennità corrisponde all’80% della retribuzione convenzionale.